Sono arrivata al coaching dal posto peggiore: il burnout.
Nel 2016 ero executive in una Big Pharma, con un team di venticinque persone, un salario a sei zeri e una diagnosi di esaurimento nervoso. Cinque mesi di malattia, quattro psicologi, una separazione e la certezza, finalmente arrivata, che la carriera che avevo costruito in quindici anni non era più la mia.
Ho fatto la cosa che consiglio a tutti i miei clienti di non fare subito: ho dato le dimissioni. Poi ho studiato. Tre anni di formazione sistemica alla Coaches Training Institute, master in psicologia positiva a Lisbona, certificazione ICF PCC. E soprattutto: ho imparato ad ascoltare senza volerti salvare.
Da otto anni lavoro con persone che hanno costruito una vita che dall'esterno funziona e che dall'interno non regge più. Non prescrivo percorsi pre-confezionati. Facciamo una cosa sola: pensiamo insieme. E dal pensare insieme nasce, quasi sempre, quello che manca.